Quanto vale la musica che ascoltiamo gratis su Spotify?

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Come si è evoluto il mondo della Musica dopo l’avvento nelle nuove tecnologie e le nuove dinamiche di consumo.

In principio furono i Radiohead: quando uscì il loro “In Rainbows”, la band capitanata da Thom Yorke dichiarò che non sarebbe più costato quindici euro e novanta, o tredici e novanta, e nemmeno sei e novanta come gli “oldies but goldies” che le major impanicate dalla crisi gettavano a pioggia nei cestoni delle offerte. Anzi: non sarebbe stato nemmeno più un CD. Andavi sul loro sito, sceglievi quanto pagare – dieci euro, cento, zero – e scaricavi le tracce. Oggi sembra una banalità, ma si era nel 2007. Nove anni fa, alias un paio di ere internettiane. Nel 1999 Napster aveva aperto la strada al p2p illegale (e dopo un biennio di passione era stata acquistata per otto milioni di dollari), ma nel 2008 l’avanguardistica RIAA gonfiava ancora le proprie statistiche per dimostrare al Congresso americano quanto il file sharing stesse riducendo l’industria musicale in bancarotta.

Non che ci fosse bisogno di corrompere i dati, comunque: nel 2001 l’oligopolio delle grandi case discografiche riportava ancora cifre da far tremare le vene dei polsi, ma ai minimamente avveduti era ovvio che il tracollo fosse in dirittura d’arrivo.
E le motivazioni erano tutt’altro che economiche: il pubblico, specie quello più giovane e vicino alla rete, considerava EMI e consorelle come retrograde sanguisughe, che imponevano un prezzo ingiustificato all’arte e alla cultura ricavandone profitti a molti zeri. E niente poterono dinosauri del rock come i Metallica, che nel 2000 s’imbarcarono in un’epica battaglia legale contro Napster e i suoi utilizzatori, tra cui moltissimi fan della band stessa, pur di mantenere intatto uno status quo che evidentemente non dispiaceva nemmeno agli artisti stessi. Il pubblico era ormai schierato: la musica, ma anche il cinema e l’editoria, costavano troppo. Era il tempo di tornare a una idea pubblica, egualitaria, diremmo “civica” dell’arte. Che veniva di colpo percepita come un diritto universale, un bisogno quasi fisico. Dieci canzoni a quindici euro? Un libro o un dvd a venti? Piuttosto, pagare meno per fruirne tutti. E per fruire di tutto.

Oggi, a.d. 2016, il muro di Berlino è franato ma possiamo ben affermare che almeno la “rivoluzione socialista” dell’arte è riuscita. Per elevare l’animo dal logorio della vita moderna paghiamo effettivamente meno, molto meno: anche solo a voler rimanere nel campo della legalità – perché di file-sharing illegale sembra quasi non esserci più bisogno – con Spotify e Soundcloud abbiamo a disposizione badilate di musica, Netflix e Hulu ci garantiscono film e serie televisive su ogni device di casa, il servizio Unlimited di Amazon Kindle ci fa prelevare da una corposa biblioteca virtuale di oltre 20.000 titoli in lingua italiana. Il tutto, se vogliamo cassare gli inevitabili costi di connessione, per un totale che sta abbondantemente sotto i cinquanta euro al mese.
Insomma, sembra che il “servizio pubblico”, almeno in campo artistico, abbia decisamente avuto la meglio: le major discografiche non sono fallite ma hanno perso molti degli zeri impilati fino agli anni ‘90, e soprattutto non sembrano più avere potere di vita e di morte sulla definizione dei gusti del pubblico… e su quella delle revenues degli artisti. Ma, a proposito di artisti: i famosi Metallica, oggi, quanto guadagnano?

Con le vendite di CD e DVD ormai rasenti lo zero, e quelle dei file digitali in vertiginoso calo, lo streaming sembra essere la porta maestra in cui buttarsi.

Il vecchio logo di Spotify

Secondo dati di fine 2014, Spotify paga al singolo artista da 0,006 a 0,0084 dollari per stream (e, se vi pare una cifra infinitesimale, sappiate che il CEO Daniel Ek ha dichiarato di aver versato un miliardo di dollari nel solo 2013 a case discografiche ed editori). A ottobre 2014, solo considerando lo streaming dei due singoli “Animals” e “Maps”, i Maroon 5 hanno portato a casa oltre 400.000 dollari; e nel corso di quello stesso anno la sola “Dark Horse” ha fruttato alla popputa Katy Perry oltre un milione e mezzo di dollari. Ovviamente, però, è come passare da un tempo indeterminato a una partita IVA: se tiri fuori dal cilindro il singolone, porti a casa la pagnotta; se il tuo brano non sfonda, stai lavorando in perdita.
La reginetta di incassi Taylor Swift, che pure di soldi dallo streaming nell’ultimo biennio ne ha ricavati davvero parecchi, dimostra di avere più cervello che corde vocali:

Sono sempre pronta a provare cose nuove. […] Penso l’arte debba avere un valore intrinseco, e a livello di percezione non mi sembra che accada quando metto la mia musica su Spotify. Tutti si lamentano di quanto stiano diminuendo le vendite in ambito musicale, ma nessuno cambia il modo di agire.

Ma già oggi, rispetto a pochi anni fa, il modello è tremendamente cambiato: il brano in free streaming su Spotify o SoundCloud non è altro che un “welcome gift”, una dorata opportunità per farsi notare dall’utente che l’artista avveduto deve considerare come un mero punto d’inizio. Il musicista, infatti, deve essere oggi sempre più artista a tutto tondo, drizzare le antenne e sfruttare ogni occasione, tecnologica e non, per capitalizzare la propria arte in termini economici. Niente di nuovo sotto il sole, comunque: questa “freemium music formula” era stata già intuita dai gloriosi Grateful Dead, che incitavano lo smercio dei bootleg piratati sapendo di ricavare poi dalla vendita dei biglietti dei concerti, e venne ripresa anni fa anche dai nostrani Elio e le Storie Tese con l’idea innovativa del “cd brulè”.

Oggi quella formula è potenzialmente decuplicata: BandCamp, Kickstarter, Fanswell regalano all’artista mille modi per far fruttare la propria arte, mettendo l’utente al centro e lasciandogli la piena libertà di interagire e di decidere. D’altronde già un paio d’anni fa il musicista americano Ari Herstand rispondeva indirettamente alla Swift scrivendo che “gli utenti danno valore agli artisti… ma in un modo che ha senso per loro, non per noi. Cosa c’è di strano con un ragazzino di ventitrè anni che paga 250 dollari per un’esclusiva su PledgeMusic, cinque per un video su Patreon, 18 per un biglietto del concerto, venticinque per una t-shirt e cinquanta per un’“esperienza” nel backstage… ma non scarica mai un album, né compra mai un CD?”.

Carlo Crudele

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