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Facebook è la prigione della società moderna

Il saggista americano Andrew Keen in un recente pamphlet attacca Zuckerberg e mette in guarda il popolo del Web dalle minacce celate dai social network.

Come è successo nel passato recente per il problema dell’inquinamento e il fenomeno della globalizzazione, l’incidenza dei social networks sulla vita quotidiana della stragrande maggioranza della popolazione mondiale si candida a divenire “mass topic” per eccellenza, scatenando una disputa tra coloro che evidenziano i vantaggi della “social revolution” e coloro i quali, invece, denotano gli svantaggi di cui il Web potrebbe farsi portatore.

Se gli aspetti positivi dell’uso dei social network sono ampliamente enumerati in svariate occasioni e modalità, tema già affrontato in passato da Social Media Life, spesso le critiche sono ignorate o considerate isolatamente e in maniera superficiale.

Una voce stonata rispetto al coro di tutti coloro che tessono le lodi dei social network, è riconducibile a Andrew Keen, saggista americano che vanta una serie di pubblicazioni tutte seguenti lo stesso fil rouge: una forte critica al Web 2.0.

Nella sua prima opera “The Cult of the Amateur”, pubblicata nel 2007, Keen definiva la rivoluzione del Web come un’utopia associabile al sogno comunista di Marx e in grado di provocare aberranti risvolti. A detta del saggista americano, la straripante diffusione di vlogger, di musicisti che si auto-producono sfruttando le piattaforme di condivisione di videoclip e tracce musicali e, infine, di improvvisati giornalisti-scrittori, rappresenta un fattore in grado di sminuire fortemente il valore della vera e propria Arte minando le capacità collettive di identificare, riconoscere e apprezzare la stessa. Correlatamente a tale accusa, Keen si scagliava contro l’innalzamento di Wikipedia a fonte di verità assolute e imparziali cercando di rivelare distorsioni ed errori nelle informazioni fornite dalla più famosa delle enciclopedie multimediali.

L’ultimo lavoro letterario di Andrew Keen, dal titolo “Digital Vertigo: How Today’s Online Social Revolution Is Dividing, Diminishing and Disorienting Us”, costituisce un attacco frontale a Facebook, il quale, a detta dell’americano, verrebbe ribattezzato come principale strumento di espressione della libertà individuale pur essendo un’arma di menomazione di massa oltreché un’enorme cimice virtuale in grado di captare innumerevoli informazioni sulla sfera privata di ogni utente.

In un’intervista rilasciata al settimanale L’Espresso, Keen ha definito l’invenzione di Facebook come una “prigione perfetta” dalla quale è impossibile uscire, per una serie di vincoli come la diffusione di una vera e propria “esigenza social” nella società moderna o come l’irresistibile tentazione di mettere in mostra il proprio ego alterandone e rimodellandone ad hoc la sua percezione dall’esterno. Tale prigione, inoltre, risucchierebbe progressivamente chi vi è al suo interno, dal momento che Facebook spinge a fornire sempre più informazioni personali le quali rappresentano una preziosa base di partenza per il brainwashing dei consumatori praticato da varie aziende.

Si tratta della critica del solito conservatore alla ricerca di notorietà, o di uno dei tanti foglietti illustrativi che leggeremo solo dopo esserci accorti di aver preso il farmaco sbagliato?

Ai posteri l’ardua sentenza.

Matteo Scarano

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