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Chiamare soccorso con un tweet

La Protezione Civile giapponese, a un anno dal terribile sisma della primavera 2011, incontrerà i vertici di Twitter per dettare tempi e modi di un’inedita collaborazione: presto potrebbe bastare un “tweet” per richiedere l’intervento del soccorso medico.

Trenta secondi. Il tempo impiegato dal terremoto dell’agosto 2011 per arrivare da Washington DC a New York. Il tempo di un tweet che, nel celeberrimo spot pubblicitario del social network “cinguettante”, permette ad un ragazzo connesso 24 ore al giorno di salvare la propria colazione, offrendo una perfetta rappresentazione dell’immediatezza della comunicazione attraverso Twitter.

Stando ai progetti che trapelano dai vertici della protezione civile giapponese, tuttavia, la realtà potrebbe avvicinarsi incredibilmente alla fantasia dei pubblicitari di San Francisco.

La Fire and Disaster Management Agency (equivalente giapponese della nostra Protezione Civile), infatti, avrebbe programmato una serie di riunioni – con termine a marzo 2013 – per incontrare i dirigenti dei social network più diffusi nel paese (a partire da Twitter e Yahoo) per mettere a punto un sistema che dia agli utenti del web la possibilità di richiedere aiuto con un semplice messaggio lanciato in rete.
In pratica, in via sperimentale dal prossimo anno, i cittadini giapponesi che si troveranno nelle condizioni di dover ricorrere all’intervento del 119 (il “nostro” 118), potranno farlo anche solo inserendo in rete un “cinguettio” con un hashtag prestabilito, indicante la richiesta di soccorso medico.

“Quello che cercheremo di capire – ha spiegato Yosuke Sasao, responsabile dell’ente governativo che si occupa del progetto – è se le tradizionali infrastrutture basate sulla voce possano essere sostituite dai social network se vengono distrutte da una calamita’ naturale”.

L’esperienza del drammatico terremoto della primavera 2011 – che causò anche la tragedia nucleare di Fukushima – ha segnato profondamente il Giappone, che pure è da sempre all’avanguardia nel settore della prevenzione antisismica. Già in quell’occasione, per altro, i social network – realtà consolidata in una nazione ultratecnologica – avevano rappresentato un importante strumento per rimettere in contatto i dispersi con familiari e amici (molti in quei giorni fecero ricorso all’hashtag #survived).

Il progetto della Fire and Disaster Management Agency, se dovesse concretizzarsi, segnerebbe una vera rivoluzione nella gestione degli interventi emergenziali (in particolare se si pensa alle potenzialità che una simile funzionalità avrebbe se collegata alla diffusione su dispositivi mobili dotati di software di localizzazione). Rimane, tuttavia, indispensabile una verifica preliminare dello stato dell’educazione tecnologica (e non solo) delle comunità nazionali che potrebbero adottare una simile innovazione.

Sempre che qualcuno, orfano delle anonime cabine telefoniche dei tempi che furono, non pensi bene di utilizzare il proliferare di profili “fake” per combinare quegli scherzi anonimi mai dimenticati.

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