Chukwuka Nweke è stato condannato all’ergastolo dalla corte d’assise di Trento per l’omicidio di Iris Setti, avvenuto il 5 agosto 2023. La sentenza, che si estende su 160 pagine, sottolinea la gravità del crimine e la mancanza di pentimento dell’imputato. Il caso ha suscitato grande attenzione nella comunità di Rovereto, colpita da un evento così tragico.
I fatti dell’omicidio
La sera del 5 agosto 2023, Iris Setti è stata aggredita brutalmente da Chukwuka Nweke in un parco della città. L’accusa ha ricostruito i momenti che hanno preceduto l’omicidio: dopo aver rapinato una persona al bar “Il portico“, Nweke ha continuato a colpire Iris nel parco Nikolajewka. La violenza dell’aggressione è emersa chiaramente durante il processo; secondo i referti medici, Iris ha subito ben 49 colpi al volto prima di morire dopo due ore di agonia.
La corte ha evidenziato come le lesioni inflitte siano state particolarmente gravi e invasive. Nonostante i tentativi della vittima di difendersi, Nweke non si è fermato nemmeno quando lei era già a terra e incapace di reagire. L’intento criminoso era chiaro: oltre alla violenza fisica, c’era anche la volontà di derubare Iris del suo anello.
Le accuse aggiuntive
Oltre all’omicidio volontario aggravato dalla rapina, Chukwuka Nweke è stato condannato anche per violenza sessuale nei confronti della vittima. Durante l’autopsia sono state riscontrate lesioni nella zona genitale e testimoni hanno confermato che gli abiti della donna erano stati abbassati al momento dell’aggressione.
Nell’ambito del processo sono emerse dichiarazioni inquietanti rilasciate da Nweke stesso durante gli interrogatori con i consulenti tecnici. Ha affermato che toccare Iris fosse legato alla sua convinzione superstiziosa riguardo a una presunta maledizione sulla sua virilità. Questa giustificazione non solo è stata respinta dai giudici ma ha contribuito ad aggravare ulteriormente la sua posizione legale.
Le testimonianze cruciali
Le ultime parole pronunciate da Iris prima della morte sono state “Aiuto, aiuto, basta“. Queste grida hanno attirato l’attenzione dei passanti che hanno immediatamente contattato le autorità competenti; alcune persone hanno anche ripreso parte dell’incidente con i loro smartphone. Questi filmati si sono rivelati fondamentali nel corso delle indagini e durante il processo stesso.
Dall’altra parte, le frasi pronunciate da Nweke mentre commetteva il crimine – come “dammi veloce” riferendosi all’anello – dimostrano una freddezza inquietante nell’affrontare la situazione drammatica in cui si trovava la vittima.
La decisione dei giudici
I giudici non hanno riconosciuto alcuna attenuante a favore dell’imputato; infatti lo hanno descritto come un individuo con una grave propensione al crimine e senza segni evidenti di pentimento per quanto accaduto. Sono stati considerati elementi aggravanti sia la recidiva sia il comportamento premeditatorio mostratosi durante l’aggressione.
Gli avvocati delle parti civili rappresentanti la famiglia Setti commentano che questa sentenza offre almeno un po’ di giustizia rispetto alla brutalità subita dalla loro cara ed esprime soddisfazione per aver visto riconosciuta anche l’aggressione sessuale nel verdetto finale.