Il progetto “A teatro nessuno è straniero” ha come obiettivo quello di unire diverse generazioni e culture attraverso l’arte teatrale. Iniziativa promossa dalla Classe Cultura e cittadinanza della scuola di lingua e cultura italiana della Comunità di Sant’Egidio, in collaborazione con l’associazione “A teatro”, il programma offre agli studenti un percorso che include nove spettacoli a prezzi accessibili. Ogni rappresentazione è accompagnata da momenti di approfondimento condotti da esperti teatrali, permettendo così una riflessione condivisa sulle opere.
Un’esperienza teatrale coinvolgente
Il progetto si propone non solo come un’opportunità per assistere a spettacoli, ma anche come un modo per stimolare la discussione e la comprensione reciproca tra gli studenti. Gli spettacoli sono introdotti in aula da professionisti del settore che forniscono contesto e analisi, mentre i laboratori successivi consentono agli insegnanti di guidare gli alunni in una riflessione critica su ciò che hanno visto. Questo approccio mira a rendere il teatro accessibile non solo dal punto di vista economico, ma anche culturale.
Durante uno degli eventi più significativi del progetto, lo spettacolo “Una vita che sto qui” del Teatro Franco Parenti ha catturato l’attenzione degli spettatori con una narrazione profonda ed emotiva. L’attrice Ivana Monti interpreta il ruolo di Adriana, un personaggio le cui esperienze personali rispecchiano quelle delle persone anziane nelle periferie milanesi. La rappresentazione diventa così uno strumento per esplorare temi universali quali la memoria collettiva e le radici culturali.
Le emozioni senza confini
Nel corso dello spettacolo, Ivana Monti racconta storie intime legate alla sua vita nella periferia milanese. Tra i presenti c’è Celia Zavala, una giovane donna peruviana che vive a Milano da anni; insieme ai suoi compagni della scuola assiste all’esibizione con grande attenzione. La connessione tra Celia e Adriana si fa palpabile quando l’attrice menziona due ragazzi morti tragicamente: «Il Daniele ed il Robi», dice Monti nel tentativo di mantenere viva la loro memoria.
Celia rimane colpita dall’autenticità dell’interpretazione; molti oggetti utilizzati nello spettacolo appartengono realmente all’attrice stessa. Questo dettaglio contribuisce a creare un’atmosfera sincera e toccante: «L’abbiamo sentita molto vera», commenta Celia dopo lo show.
Riflessioni sui pregiudizi intergenerazionali
Lo scambio culturale avviene anche attraverso le conversazioni post-spettacolo tra gli studenti e l’attrice protagonista. Qui emerge una riflessione importante sui pregiudizi esistenti sia fra giovani immigrati sia fra anziani italiani residenti nelle periferie milanesi. Adriana chiama i suoi vicini “Africa”, evidenziando una distanza emotiva nei confronti delle nuove generazioni arrivate nel quartiere.
Celia riconosce questa diffidenza: «È il pregiudizio iniziale verso ciò che viene dall’esterno». Tuttavia crede fermamente nella possibilità di superare queste barriere attraverso la conoscenza reciproca: «Quando conosci qualcuno meglio cambia tutto».
Allo stesso modo, molti immigrati possono avere idee errate sulla realtà italiana; alcuni pensano erroneamente che tutti gli italiani siano benestanti o ignari delle difficoltà sociali esistenti nel paese.
Un futuro condiviso grazie alla cultura
Dopo aver assistito allo spettacolo insieme ai suoi figli, Celia nutre speranze per le future generazioni: desidera infatti che possano avere figure simili a Adriana nella loro vita – nonne capaci di trasmettere storie ricche d’esperienza umana ed emozionale. Queste narrazioni possono rivelarsi fondamentali per costruire legami più forti tra diverse culture presenti in città come Milano.
In questo contesto teatrale si intrecciano storie personali con quella collettiva della città stessa; ogni personaggio diventa simbolo delle sfide quotidiane affrontate dalle comunità locali nei quartieri popolari milanesi dove vivono giovani immigrati accanto ad anziani italiani.
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